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CRITICA - Paola Orlandini Art
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Le vie dell’arte sono infinite. E Paola Orlandini sembra volerle praticare tutte. Almeno quelle che si inseriscono nell’ambito del fare manuale, di quella prodigiosa abilità “artigianale” che da sempre ha contraddistinto la creatività italiana. C’è nell’opera di questa artista il gusto della sperimentazione di tecniche che non oscura del tutto il sapore antico della pittura: quindi la presenza costante del colore, come medium prioritario d’espressione, e della linea, come trascrizione sul piano-schermo della tela di tensioni ed emozioni che aggallano dal profondo. A ciò si intreccia, urgente, il bisogno di comunicare, attraverso un alfabeto personale, coloratissimo. Aperto a chi sappia intenderlo. Paola manipola i suoi fili sulla tela, come in un dripping Pollockiano o in un automatismo di Mirò, e la matassa, come nella vita, si aggroviglia o si stende, in un approdo precario, fragile, fluttuante. Che lei cerca di bloccare sotto la durezza del plexiglass.
Così ricama paesaggi sospesi e indefiniti, brulicanti creature biomorfiche, talvolta galleggianti entro fondi cromatici accesi, talaltra come sul punto di soccombere, inghiottiti dall’habitat cupo che li possiede. Così Paola dipinge. Prende a volare. Senza ostacoli. Senza ansie. Nel “suo” cielo.

Marina Pizzarelli
Storica e Critica d’Arte

 

Carte colorate, fili di lana, acrilici nei colori primari: questo è il mondo di Paola Orlandini, il campo di battaglia in cui le sue opere prendono forma seguendo una personalissima cromia dei sentimenti, dove la tecnica non è un mezzo per arrivare al significante, ma è il significante. L’artista non teme il confronto diretto con i materiali: assembla, sperimenta, alterna casualità controllata ad una empirica simmetria degli elementi, ed improvvisamente i fili e le carte iniziano a sussurrarci qualcosa: è rabbia, nostalgia, sospensione del giudizio, attesa, introspezione, istanti rubati alla banalità del quotidiano. Un’ arte biomorfica, quella di Paola Orlandini, che dà vita ai materiali più comuni presenti in ogni casa, trasformandoli in grovigli pulsanti di sentimenti, idee, intuizioni; esponendoli senza difese o sovrastrutture allo sguardo crudo del mondo. Ed è qui che nasce il bisogno dell’artista di proteggersi, di segnare la distanza: ecco la funzione del plexiglass, che imprigiona l’autodafè creativo sotto una patina lucida e asettica.

Susanna Tornesello
Storica dell’Arte

 

…Risucchiato nel centro dell’universo, l’Aleph di Paola Orlandini , l’osservatore è ricondotto al punto laddove ogni cosa fa ritorno e verso il quale ogni cosa tende nell’accezione borgesiana del termine che lo connota come l’inizio, il tutto e la fine. Nella negazione del tempo come durata, esso sembra trovare non un arrivo ma solo una direzione che sia finalmente l’eternità, l’illusione che dura per sempre. Cosi nell’abisso di quella voragine intelata, realizzata con fili di lana ricamati su carta, l’artista evoca il tempo del silenzio i cui echi affiorano lentamente sottoforma di calligrammi composti dai segni stenografici di un nuovo alfabeto. Un linguaggio primitivo che nella sua genesi assembla concetti, parole ed immagini in una semplificazione compositiva dal forte carico espressivo. Segnali intermittenti di una coscienza abitata da un tempo che ricomincia a fluire in una serie illimitata di istanti…

Sabina Fattorini
Critico d’Arte


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